Tra “sconfini” e “oltremai” una pirotecnica caccia al tesoro tra sogno e realtà, immaginario e naturalismo magico, conscio e subconscio: un caleidoscopico e ipnotico itinerario, fra matite, segni, tecniche grafiche.
Un uomo al balcone osserva un paesaggio fluviale al crepuscolo, l’orizzonte trasfigurato di viola e azzurro. L’incipit di un viaggio immaginifico, figurato e reale, avvolgente e coinvolgente, attraverso linee di confine e molteplicità di segni, storie raccontate e rappresentate.
Mattotti e il disegno come confine
C'è un momento, nella carriera di un artista, in cui il mestiere si spoglia di tutto ciò che non è strettamente necessario. Lorenzo Mattotti lo ha attraversato dopo gli anni intensi dedicati a La famosa invasione degli orsi in Sicilia, il lungometraggio animato tratto da Buzzati che lo ha portato, per la prima volta, a dirigere invece che disegnare in prima persona. Finita quell'esperienza, e in coincidenza con i mesi della pandemia, Mattotti è tornato nel proprio studio e vi è rimasto a lungo, producendo una quantità sorprendente di tavole che oggi compongono Riti, ruscelli, montagne e castelli, pubblicato in contemporanea da Logos Edizioni in Italia e da Actes Sud in Francia.
Non è un libro a fumetti, non è propriamente un catalogo: è una sequenza di immagini senza numeri di pagina, senza didascalie, quasi senza parole. Le uniche parole, in apertura, sono dell'artista stesso, e bastano a indicare la chiave di lettura di tutto il volume.
"Ho viaggiato su linee di confine. Tra castelli e foreste di matite ho trovato segni che narravano storie, e segni che erano le storie."
— Lorenzo Mattotti
Un viaggio che non è geografia
La dichiarazione di Mattotti parla di confini, e il confine è da sempre uno dei temi portanti della sua opera: lo si ritrova nel neologismo "Sconfini", scelto per la grande antologica a lui dedicata nel 2017, e in "Oltremai", titolo di un altro suo volume. Qui il confine non è geografico ma percettivo: è il limite tra sogno e realtà, tra il tempo presente e il tempo del ricordo, una soglia che nelle sue tavole rimane sempre volutamente sfumata.
Il libro si apre con un acquerello che può essere letto come un autoritratto: un uomo, visto di spalle, osserva da un terrazzo un paesaggio che sembra appartenere altrove — una Scozia immaginaria, un orizzonte basso e dorato. Da lì in poi il viaggio si fa interamente interiore. Non sono i luoghi reali percorsi da Mattotti — pure presenti altrove nella sua produzione, penso ai paesaggi sulle tracce di Chatwin — a comporre il libro, ma un paesaggio generato dal disegno stesso: la scena nasce dal segno, non lo precede. È esattamente ciò che l'artista dichiara in apertura: i segni sono le storie, non si limitano a raccontarle.
Matite, pastelli, acquerelli: la materia del segno
Una delle qualità più sorprendenti del volume è la libertà con cui Mattotti alterna tecniche diverse, spesso nella stessa sequenza di pagine: tavole a pastello dai colori accesi, acquerelli trasparenti, schizzi rapidi a matita o a china. Le matite, in particolare, sono uno strumento che l'artista lavora con pazienza certosina fino a trasformarle in morbide cere — un procedimento lontano anni luce dalla velocità nervosa dell'acquerello, eppure complementare a essa nel libro.
Le trasparenze dell'acqua sono un motivo ricorrente in tutta l'opera di Mattotti, e tornano qui con forza: sorgenti purissime, correnti che portano via ciò che si è amato, un uomo che risale il fiume fino alla fine del proprio viaggio. È una bellezza che attrae come una calamita, ma che porta con sé anche una componente di possesso e di perdita — non a caso, tra le immagini del libro, compaiono rimandi al mito di Apollo e Dafne: la bellezza che si trasforma per sfuggire, e che proprio per questo resta inafferrabile persino agli dèi.
Riti, castelli e l'uomo-mostro
Nei sogni di Mattotti castelli e fiori si somigliano: nascono dalla stessa terra, e i castelli custodiscono più templi e teatri rituali che vere abitazioni. Gli alberi stessi diventano architettura, indicando sentieri che sono il cammino del viandante. Il rito, in questo senso, è amore e danza insieme, ma porta con sé il prezzo della provvisorietà: tutto ciò che la corrente porta via non torna.
Accanto a questa dimensione luminosa, il libro accoglie anche le sue ombre: figure ibride, uomini-mostro spesso dal profilo taurino, che attraversano l'intera produzione di Mattotti fin dai tempi di Fuochi, considerato uno dei fumetti più importanti del secondo Novecento italiano. Il mostro, qui, non è puramente feroce: è spinto dal dolore, ne è vittima quanto carnefice, quasi a suggerire che il male, come una sorta di antimateria, debba semplicemente esistere perché esista anche il suo opposto. È forse questo il vero confine evocato dalla dichiarazione che apre il volume: una linea oltre la quale bene e male smettono di essere categorie separate e si nutrono della stessa bellezza.
Il libro si chiude tornando all'acquerello dell'inizio — ma questa volta l'uomo sul terrazzo non è più solo. Un epilogo che lascia intendere come il viaggio, per quanto solitario, trovi infine una forma di compagnia.
Il volume
Riti, ruscelli, montagne e castelli
Lorenzo Mattotti
Logos Edizioni, 2021 (ed. italiana) — Actes Sud (ed. francese)
Un libro fatto solo di ciò che serve
Quello che colpisce di Riti, ruscelli, montagne e castelli è proprio la sua sottrazione: niente capitoli, niente indici, niente apparato critico a guidare la lettura. Resta solo la sequenza delle immagini e quella breve dichiarazione iniziale, affidata interamente al lettore perché vi trovi i propri collegamenti, consapevoli o meno. È un libro che chiede di essere attraversato più che letto — proprio come, in fondo, accade quando si oltrepassa davvero una linea di confine.




